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IC

Ho l’ansia. Questa è la verità. Anzi, forse la giusta sfumatura sarebbe “inquietudine”, ma non sono uno pischiatra. Così, è solo che quando dico inquetudine mi sembra di riconoscermici meglio. 

Perché ho l’inquietudine? Facciamo un quadro oggettivo della situazione.

La mia inquilina salta nella mia pancia come è giusto che sia, e il signor G sta allegramente spazzando per terra i pezzi di carta che ha fatto cadere ritagliando un orsetto di carta. Potrei lamentarmi di qualcosa? Naturalmente no.

Certo, le borse stanno crollando, ma in questo senso l’ignoranza è un ottimo antidoto. La politica? Il lavoro? E’ questo? No, bisogna essere onesti: l’inquietudine non ha a che fare con i problemi, se non in senso inversamente proporzionale. E questo scatena in più il senso di colpa. 

Inquietudine colpevole. Ecco la mia diagnosi. 

No, non la metto su internet. Magari con vicino gravidanza? O ormoni? Già fatto, confesso. Nessun sollievo. Quindi niente ricerca di cause private, niente ricerca di malattie gravissime sul web e niente ricerca di comprensione su un forum in cui Betty 27+3 racconta dei suoi sbalzi d’umore. 

Concentriamoci sulle soluzioni. Dunque:

a) stendere una lista di cose da fare da cui attingere nei momenti di vuoto. Controindicazioni: si finisce per trovarsi la domenica in un centro commerciale a comperare una pentola completamente inutile.

b) leggere un buon libro. Controindicazioni: nessun libro è abbastanza buono quando si è colti da IC. 

c) avere un hobby, e cominciare ad occuparsene un attimo prima che l’IC ti assalga. Controindicazioni: l’IC assale all’improvviso, e scrive “inutile” su ogni possibile azione del soggetto colpito.

d) il buddismo, lo zen, l’amore per il vuoto. Controindicazioni: tempi troppo lunghi.

e) mangiare qualcosa di molto zuccherato. Controindicazioni: la bilancia.

Quindi? Innaffiare le piante? Dormire? Scrivere un post su un blog? Inutile.

Non so che cosa mi salti in testa.
Forse è perché il mio compagno promette da giorni che ormai sono diventati mesi di farmi una foto alla pancia ma non è mai il momento buono, e allora, in qualche modo, dico, bisognerà pure fermare questi meravigliosi-momenti-magici-e-indimenticabili (in-cui-sei-grassa-brutta-squilibrata-svampita-e-non-dormi-niente-la-notte).
E dunque eccomi qui. A scrivere della mia pancia. A guardare il mio ombelico, insomma. Sei mesi di ombelico. “Sei a termine?”, mi ha chiesto oggi la ragazza del centro estivo. Fan culo. Ne mancano ancora quattro. Perché una cosa che solo dopo essere rimasti incinti si può capire è che quando sei al sesto mese per arrivare a nove non ne mancano tre, ma quattro. Com’è possibile? Chiedetelo a una donna incinta, ve lo spiegherà.
Ma torniamo al centro estivo. Il centro estivo è quello in cui va il mio primo figlio, il signor G, 3 anni e mezzo fino a che non ne compie 4 che con questa storia dei mesi divento matta.
E io? Io chi sono? Non è una domanda intelligente. Si potrebbe adottare il metodo buddhista: guardatemi, sono io. O la via analitica: altezza 1.70, capelli scuri, marroni per la precisione ma dipende dalla tinta, idem per gli occhi (tinta a parte)… Oppure facciamo così. Sono una “casalinga-c’ho-da-fare con un figlio e mezzo”. In realtà, sia chiaro, chiunque osi dire che sono una casalinga sarà azzannato alla carotide. Sono una (meglio: faccio la) giornalista, e una specie di autore televisivo, e una ideatrice di idee bellissime ma che non si realizzano mai. Ma siccome tutto questo si può riassumere nella formula “lavoratore autonomo” – anzi, molto peggio: “lavoratrice autonoma” -, capirete bene che faccio meglio a dire che sono una casalinga, che però qualche volta c’ha altro da fare.
Dicevamo: l’ombelico. E’ una femmina. Il che mi fa paura. Per lei, ed anche per me. Che la immagino già tra dodici anni con il dilatatore all’orecchio a vendere i suoi video porno per un pacchetto di sigarette. “Dai maaamma, laaasciami staaare”. Avrà pure l’accento veneto, povera creatura. Per il primo, il signor G, non avevo queste paure. Chissà se è un’intuizione o la vita mi sbeffeggerà. Mister G intanto è nato buono, ma c’è da dire che è facile per uno che ha il privilegio di essere figlio unico per un sacco di tempo. Mi sembra di ricordare che fosse buono anche in pancia. Ricordo grandi salti e calci solo al cinema, con Grindhouse di Tarantino, e dagli torto. Questa invece non sta ferma mai. Mai. Ho provato anche a scrivere “movimenti fetali bambini inquieti” su internet. Ovviamente sono usciti siti di malattie incurabili. Mai fare questo genere di ricerche su internet. Mai.
Adesso vado. Centro estivo. Vietato arrivare in ritardo, madre degenere. Persino la manager-tutto-fare… arriva puntuale. E tu? Proprio tu, la casalinga?!

Cremonini superstar. Il ragazzo che andava in vacanza con la vespa ha appena vissuto un anno memorabile.

E’ stato un anno molto ricco per te: il film con Pupi Avati, una colonna sonora, l’Heineken Festival con i Coldplay, il Wind Music Award… cosa ti manca?
Poi c’è anche Jovanotti, il fatto che il best sia andato così bene… non pensavo che si potessero fare tutte queste cose insieme. Cosa mi manca? Non mi manca altro. Poi io penso sempre al futuro, quindi quando finirà il tour comincerò a lavorare al prossimo disco – sempre per mettersi alla prova. Le cose più belle per me sono sempre quelle che devono ancora venire.
Come tutti, anch’io ti chiedo com’è andata l’esperienza con Avati.
È stato come nutrirsi di un poeta dell’anima, di una persona ricca che ha reso per osmosi un po’ più ricco anche me. Mi sono nutrito di tutta la sua esperienza e della sua poesia, di cui è pieno il suo vivere e non solo la sua arte. Ha una enorme capacità tecnica come oratore e scrittore, secondo me un grandissimo talento. E dato che per me il confronto con gli altri è fondamentale, soprattutto alla mai età, e non si arriva da nessuna parte se non insieme gli altri, avere avuto a che fare con Pupi è stata una bellissima esperienza.
Ora comincia il nuovo tour, e un nuovo tour è sempre una sorpresa. Cosa dobbiamo aspettarci? Un Cremonini più elettrico, più acustico, più scatenato, più Lunapop o più intimista?
Sarà un concerto completo, il pubblico per la sua qualità di ascolto merita un concerto completo, vario. La mia discografia raramente si è appoggiata al passato. Ho seguito un percorso umano, cercando di essere coerente anzitutto con me come uomo. Sarà quindi un concerto molto musicale ma ricco di trasformazioni, come è stata la mia carriera.
Dieci anni di carriera chiamano inesorabilmente bilanci. Che bilancio faresti, dunque, a caldo, in un momento così affollato di novità?
Io non cambierei niente di quello che mi sta accadendo – e vorrei anche vedere di potermi lamentare! La cosa più bella che mi è successa in questi anni è stata di avere costruito un abbraccio con un interlocutore, il mio pubblico, molto simile a me, che, come me, ama gli stimoli e lo sperimentare, ma leggendo e ascoltando e guardando ai classici, come faccio io.
Sappiamo che sul tuo braccio è tatuato Freddy Mercury. Che significato ha per te?
Per me FM è stato il faro per carisma, per musicalità, per sensibilità, ed anche per quella parte più egocentrica e autoreferenziale che il mio lavoro porta con se. È il vento di poppa che mi ha spinto verso il mio lavoro. La spinta emotiva a 17 anni per buttarmi in questo mondo me l’ha data lui, non senza un po’ di presunzione, ma anche con coraggio.
“Il primo bacio sulla luna” è un disco evidentemente autobiografico. Quando scriviamo, scriviamo sempre di noi?
Per quel che mi riguarda scrivere di me è fondamentale, ma Pupi mi ha detto una volta: “Io parlo dei miei ricordi perché so tutto di me stesso e non degli altri”. Per me alla lontana è la stessa cosa, nel senso che scrivo di me perché da quando sono piccolo inseguo la mia felicità e mi confronto con gli altri, ma sono i nodi che ho dentro che cerco di snodare. La musica è un linguaggio universale, e questo ha un vantaggio enorme. Senza la condivisione per me niente ha senso, sono un condivisore di natura. Non amo nemmeno cenare senza stare con qualcuno con cui condividere la gioia del cibo.
Un artista che crea deve necessariamente rinunciare alla percezione che ha della sua opera?
Per me una canzone non è vero che quando viene data al pubblico non è più tua. Io sento profondamente che il senso di quello che scrivo rimane immutato. Poi so perfettamente che ogni canzone ha una sua storia legata alla vita degli altri, che ognuno ha diritto di sentire quello che prova. Il significato delle cose è soggettivo, e se non fosse così non potremmo difendere nulla di noi.
Se il posto che ti piace si chiama mondo, perché ricominci dalla luna?
Per dire che ti piace un posto che si chiama mondo devi avere uno sguardo un po’ alieno. E quindi bisogna avere un po’ quel distacco che per fortuna chi fa il mio lavoro impara ad avere. E’ difficile scrivere da dentro le cose che si vivono, bisogna sempre prima guardarle da fuori.

Pubblicità regresso

Il Veneto mette al bando i libri dei firmatari della petizione pro-Battisti – nel senso di Cesare. Il Veneto, nella fattispecie, è l’assessore alla cultura della Provincia di Venezia Raffaele Speranzon e i suoi seguaci pidiellini.
Andiamo con ordine.
Un numero significativo di scrittori firmò, l’11 febbraio 2004, una petizione per chiedere la liberazione di Cesare Battisti. Tra questi Valerio Evangelisti, Massimo Carlotto, Tiziano Scarpa, i Wu Ming, ed anche Roberto Saviano, che però lo scorso anno ha chiesto di essere cancellato da quella lista.
Il dato di fatto è che Cesare Battisti, al di là di come la si pensi e fintanto che si ha un minimo di fiducia nelle istituzioni, è stato condannato in via definitiva per avere ucciso quattro persone. Ed è scappato. Chi lo difende parla di clima ostile, di capro espiatorio, di delitti politici. Anche fosse, è un condannato ed è scappato. Adriano Sofri, per esempio, è rimasto. Troppo socratico?

Ma andiamo oltre il giudizio sulle scelte di Battisti, che coinvolgono il senso dello Stato, il rispetto delle regole, la coerenza, e giustificherebbe, per analogia, anche il comportamento del Premier e di tutti noi, che legittimamente potremmo scegliere quali leggi ci piacciono e quali no. E andiamo oltre anche alle scelte dei Paesi che hanno negato l’estradizione per motivi che stendono un’ombra inquietante sulla considerazione di cui gode l’Italia all’estero. Concentriamoci sulla brillante sparata dell’assessore provinciale, e chiediamoci: è sbagliato leggere i libri di Cesare Battisti perché è un omicida? E’ sbagliato, quindi, leggere le poesie di Baudelaire perché era un drogato o ammirare i quadri di Schiele perché era stato condannato per corruzione di minori? Secondo me, no. “Io sono ancora di quelli che credono, con Croce, che di un autore contano solo le opere (quando contano, naturalmente). Perciò dati biografici non ne do, o li do falsi”, diceva Calvino.
Ma la trovata dell’assessore veneto è ancora più sensazionale: non solo non si devono leggere i libri di Battisti, ma nemmeno quelli dei suoi amici.
Deriva culturale? Censura? Incostituzionalità? Tutte queste cose. Ed anche un ottimo modo di creare un martire, ed una bella trovata pubblicitaria, alla quale chiunque ricordi l’index librorum prohibitorum o i roghi delle opere sgradite al regime non può non abboccare.

Pasta con le straci

E’ vecchio, ma sempre appetitoso…

Lezione numero 2 di Diritto Costituzionale:

Dell’Ordinamento dello Stato si parla nella 2^ parte della Costituzione. Lo Stato ha tre poteri : POTERE LEGISLATIVO, affidato al Parlamento, POTERE ESECUTIVO, affidato al Governo, POTERE GIUDIZIARIO affidato alla magistratura. Questi tre poteri li hanno organi diversi, per il principio della divisione dei poteri.

Questo lo sappiamo tutti, giusto?
Ebbene… no. Ecco cosa ho sentito dire ieri al ministro Brunetta con le mie orecchie (e registrato dal TG di TeleNuovo).

“All’improvviso il diavolo con un bastoncino ha smosso il fondo: e dal fondo sono affiorate correnti limacciose, bolle palustri… Era arrivato Gogol. Dietro a Gogol tutto. Ansia. Confusione. Cattiveria, molta cattiveria”.
(«Uomini superflui» – Vasilij Vasil’evič Rozanov)

Questa cosa di Gogol non riesco a togliermela dalla testa. Più ci penso e più mi piace. Silvio Berlusconi, quello che sta vicino alla gente e che intercetta i suoi desideri, sembra un monaco di clausura, uno che non ha mai parlato con nessuno, che vive in una torre d’avorio lanciando sogni dalla finestra. Mia nonna che ha 84 anni e mio nipote che ne ha 7 non farebbero mai una gaffe simile, perché parlano con i parenti, con gli amici, ascoltano la radio, guardano la tv, vivono nel mondo.
Non è semplicemente una gaffe, è un’uscita così assurda che mi sembra finta, o troppo significativa.

Dal latino speculatio, la parola speculazione indica l’atto dello spirito volto a vedere o contemplare la verità, senza fini di utilità e distinto dall’azione o dalla produzione. Oggi, rispetto all’epoca classica, il significato del termine si è quasi capovolto, tant’è che quando si parla di speculazione la mente va immediatamente all’impresa commerciale. Anche perché aumentare al massimo l’“in più” è diventato un normale obiettivo dell’impresa.
Eppure mi pare ci sia un luogo in cui le due accezioni tornano a convergere su un unico significato.
La società capitalistica, quella che prima crea il desiderio e immediatamente dopo lo soddisfa, sta producendo una nuova forma d’arte: la pubblicità. La migliore creatività è impiegata oggi in questo settore, siamo circondati da campagne davvero geniali, arte e comunicazione sembrano spesso andare nella stessa direzione. Cosa è profondamente cambiato rispetto al passato? Sicuramente i mezzi, diversi, più evoluti. Ma soprattutto lo spirito: si fa arte per un fine, quello – appunto – di pubblicizzare qualcosa. Tanto l’arte moderna e contemporanea hanno fatto per conquistare la totale libertà da schemi, materiali, committenti, tecniche e morali, tanto oggi l’eccesso di libertà è diventato… anacronistico. D’altra parte siamo figli e nipoti della cultura del produrre, e non possiamo esserne impermeabili. L’arte post-contemporanea rispecchia la società post-contemporanea: pensiero e azione al servizio di qualcosa. Il resto sono tutte speculazioni.

26 aprile 2010, Berlusconi e Putin siglano l’accordo sul nucleare. “La prima centrale in 3 anni, ma prima va cambiata l’opinione pubblica, perché gli italiani sono terrorizzati”. Beh, ci credo, visto che esattamente il 26 aprile di 24 anni fa è saltata la centrale di Chernobyl. Pare che la data dell’accordo sia stata scelta da un geniale stratega omeopatico.

“Il papa piange davanti alle vittime degli abusi”. Che teatro, la vita pubblica. Mi ha irritata persino Berlusconi al funerale di Vianello, che invece di tenere la mano a Sandra sotto il banco, o magari mettersi in decima fila e lasciare il posto ai suoi famigliari, è stato per tutta la cerimonia in piedi a consolarla a favor di telecamera. Ma per carità, io sono un po’ prevenuta.
Il papa però… Chissà se l’hanno deciso intorno ad un tavolo (signori, qui la stampa insiste con sta ‘storia della pedofilia, le prove sono contro di noi… che facciamo, proviamo con dieci grammi di lacrime?) oppure se è stato un colpo d’ali di Benedetto XVI, che ha stupito tutti con questa azzeccata improvvisata (Bravo eccellenza, bel lavoro). In ogni caso, obiettivo raggiunto, visto che la notizia è riportata oggi da tutti i media. Possibile che la nostra sensibilità non rabbrividisca davanti a queste cerimonie?

Invece di un microfono, un poggiapiedi. Invece di una cravatta, un cappellino di lana. Invece dell’audience, un cerchio di gente. Così il presentatore del “talk show in piazza” invita i padovani a partecipare, a confrontarsi, a dire la propria sui fatti della politica e dell’attualità. Non sarà un format nuovo quello dello Speakers’ Corner di Hyde Park, ma è molto meglio dei La Russa e dei Fassino che si azzuffano in salotto.

“Se mi lasciano in pace, se mi assolvono sono disposto a lasciare tutte le cariche politiche”. L’ho letta tre volte la dichiarazione di Marcello Dell’Utri, sicura di avere capito male. Forse si è sbagliato, voleva dire: “Se mi condannano lascio la politica”. E invece sbagliavo io, con queste mie visioni vetero-moraliste. Ma certo, si entra in politica per difendersi dai processi, e poi, col culo salvo, si torna alla propria vita serena a godersi la lauta pensione. “Se mi assolvono lascio la politica”. Bravo Marcello. Ma… non sarà mica un ricatto morale?

Addio al padre del varietà tv leggero e intelligente che piaceva a tutti – al dirigente d’azienda e al contadino di Poggio Versezio.

C’è una pubblicità in cui un ragazzo sorridente si appoggia ad un punto di domanda e dice “Io penso positivo. Ma sarò l’unico?”. A parte il fatto, in effetti non trascurabile, che si tratta della pubblicità di una banca, e se c’è qualcuno che può pensare positivo sono loro, ahinoi. Ma quello che mi stupisce è che prima ancora di prendere le mazze e tirare giù tutto il marcio – magari sbagliando, per carità, ma i mea culpa non si fanno durante la rivoluzione – si inneggia alla ragionevolezza, e si invita il popolo a non lasciarsi prendere dal pessimismo, ad essere positivo, a guardare al buono, a sorridere di più. Io non penso positivo. Io penso che per pensare positivo si deve prima fare positivo, e se no tanto vale, si scivola su un qualunquismo a contrario. Io penso che la vita è bella ma il mio Paese è brutto, e che se continuiamo a sforzarci di vedere il bicchiere mezzo pieno finiremo per accontentarci di una goccia di calcare.

Il lato positivo

C’è di buono che da adesso in tre anni verrà sconfitto il cancro.

Qui, su Net1news, il documentario della Bbc “The Berlusconi show”, che tutti hanno visto – diretti interessati esclusi, naturalmente.

Viviamo in un Paese cattivo, scrive Saviano oggi su Repubblica. Il nostro è un Paese cattivo, da nord a sud, perché la mafia non è solo quella dei Riina o dei Casalesi, morte e potere; la mafia è un modo di vivere, è la logica che lentamente, insidiosamente, sta contagiando tutti noi.
Noi, che più è grossa la nostra macchina più è probabile che abbiamo un pass per handicappati. Noi che cerchiamo di essere amici delle persone che contano, noi per cui “furbo” è un complimento, per cui “vip” (vip!) è un concetto normale. Noi, per cui l’interesse personale è un valore condiviso.
Viviamo in un Paese cattivo perché è ingiusto. Il diritto non esiste, ed è stato sostituito dal privilegio o dalla fortuna. La scelta è tra l’essere mediocri e servili, oppure potentissimi e mafiosi.
C’è forse un’altra via? E perché cercarla? Per la ragione per cui mio figlio oggi voleva disperatamente bere un dito d’acqua da un bicchiere di vetro nonostante il suo coloratissimo bicchiere di plastica fosse pieno. Perché c’è un momento in cui la logica – o, al plurale, le logiche – devono lasciare spazio ad altro. All’“io desidero”. Al rispetto, alla giustizia, all’ordine, alla comunione, alla condivisione. All’inutile, contro l’impero dell’utile.
Per farlo davvero, ad alta voce, con la speranza di cambiare il mondo, ci vuole la forza dei Falcone e dei Borsellino, degli Impastato, dei Saviano. Ma c’è una possibilità anche per chi non ha tanto coraggio: vivere lontani dal potere. Il potere sporca, infanga. Meglio fare tramezzini in montagna, andare in giro in bicicletta, meglio fare il calzolaio. Non è un vezzo estetico, è una speranza di salvezza.

C’è una persistente contraddizione tra fantasia e realtà.
Tutti uniti nella teoria di una sala cinematografica o dietro la pagina di un libro, tutti soli nella vita. Chi non si commuoverebbe davanti ad un’attrice che segue il cuore senza calcoli? O al protagonista di un romanzo che agisce in solitudine e con coraggio contro l’autorità?
Eppure nella vita chi agisce di cuore è uno sprovveduto, e chi si espone contro l’autorità è criticato dai suoi migliori compagni di viaggio. E se scatta un applauso, viene dal pubblico non coinvolto, da chi si crede spettatore di un film.
L’arte non è imitazione della realtà, la realtà non imita l’arte. E l’equazione produce solo frustrazione, o indifferenza.

Dopo Mentana, anche Santoro, Travaglio, Luttazzi e Floris vanno sul web – in diretta il 25 marzo. La Federazione nazionale della stampa e l’Usigrai metteranno a disposizione un sito ad hoc su internet, per consentire a tutti di riprendere e trasmettere l’evento.
Mi auguro davvero che abbiano un’audience (anzi: un numero di contatti) spaventoso. E non solo, o non tanto, per Santoro, Travaglio, Luttazzi e Floris, quanto per sancire finalmente la gioiosa morte di questa televisione – e con lei dello scacco dell’audience, dei maneggi politici, dei ricatti mafiosi, dei giochi di potere, dei pesanti climi d’odio e dei miti climi del rincoglionimento.
In fondo è solo una questione di pigrizia, piazzarsi davanti alla tv e vedere cosa ci propone.
Quindi forza, ce la possiamo fare, è una ribellione da poco. Il divano è lo stesso, lo schermo, volendo, pure. Tutti sul web il 25 marzo e il gioco potrebbe essere fatto.

La protesta di Santoro e il curioso “errore tecnico” del Corriere della Sera:

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