Il volto pallido incorniciato dai capelli scuri, lo sguardo intenso e l’atteggiamento composto, misurato: ecco Juliette Gréco, ecco la musa dei poeti, la regina della chiassosa gioventù di Saint-Germain-des-Prés, la dama in nero; ecco la signora dell’esistenzialismo, la star hollywoodiana, la maschera angosciosa di “Belfagor”; ecco la donna fatale e sofisticata che è stata amica e musa di alcuni dei più importanti uomini del Novecento e l’interprete dei più grandi poeti francesi. Ieri a Padova per la seconda e ultima tappa italiana della sua tournee, la Gréco ha riempito, al suono della sua grande voce, il Teatro Verdi, radunando un pubblico trasversale di ogni età. Vederla salire sul palcoscenico e sentirla cantare è ancora, è sempre un’impareggiabile suggestione. Ma poterla incontrare prima, nel pomeriggio, poterla vedere scivolare elegantemente fuori dall’auto che l’accompagna al teatro, poterne interpretare i sorrisi e leggerne i ricordi, seduti a un passo di distanza, è emozionante come può esserlo solo l’incontro con un mito. Perché Juliette Gréco non è solo la regina della canzone francese letterariamente raffinata, intellettuale, è anche una donna dalla vita leggendaria, nata sotto lo sguardo benevolo di Jean-Paul Sartre, di Simone de Beauvoir, di Albert Camus, di Maurice Merleau-Ponty, e ancora di Mauriac, di Queneau, di Prévert, di Mac Orlan, di Brassens, di Vian, di Ferré, di Gainsbourg. Si sarebbe tentati di rubarle qualche ricordo, ma lei non si lascia penetrare, “io sono qui per cantare, prima che per parlare” dice, e al diniego fa seguire un garbato sorriso. Le sue memorie sono state pubblicate, le ha raccolte lei stessa in un libro scritto nel 1982 e tradotto anche in Italia, ma se si prova a strapparle una confidenza in più sulla sua vita così intensa, risponde semplicemente: “la mia vita è stata tanto bella e tanto generosa. Ho avuto l’onore e la fortuna di conoscere questi uomini così importanti, per il mondo e per me, e di essere stata oggetto delle loro attenzioni. E’ anche grazie a loro che sono diventata la donna che sono”. L’ultima leggenda rimasta alla Francia, l’ultimo mito vivente di anni irripetibili, una donna che, nonostante i suoi 78 anni, è capace di uno charme che non accenna a tramontare. E’ quasi inevitabile porle la domanda più banale di tutte: qual è il segreto del suo successo? “La mia chiarezza, la mia onestà. Sono sempre stata tranquilla con me stessa; ho sempre fatto quello che amavo e continuo a farlo”, risponde sommessa. E una delle cose che ama di più è interpretare le sue canzoni d’amore – alcune un po’ ridicole, altre più sensuali, tutte molto intense. “Vivo di desideri e voglio realizzarli. Ora, per esempio, desidero fare un nuovo disco, e presto lo registrerò. Sarà insieme ad una grande orchestra, a New York”. Poi saluta e ringrazia, si cambia l’abito eccezionalmente non di colore nero (“per via del caldo”, spiega) e sale sul palco. “Ne me quitte pas” e “La Chanson des vieux amants” di Jaques Brel, “Accordéon” di Serge Gainsbourg, “Les feuilles mortes” e “Les enfants qui s’aiment” di Prevert e Kosma. Le canzoni più importanti della sua vita, come le ha definite, e alcuni nuovi brani, “che si chiamano come i bebè appena nati”, a dimostrare, una volta di più, che non ha nessuna intenzione di fermarsi.
Juliette Greco
Gennaio 25, 2008 di Chiara Jato
