“Tutti i bambini, tranne uno, crescono”. Nella frase di James Matthew Barrie con cui ha inizio la sua storia di vascelli e coccodrilli e ticchettii di orologi e voli e ombre e bambini, e in particolare di un bambino chiamato Peter Pan, si riassume la geniale intuizione dello scrittore: quella dell’eterno bambino, o del bambino eterno. Ed è proprio l’artista una delle creature privilegiate che può permettersi di non crescere, continuando a nutrirsi di fantasia contro l’immanenza; è proprio lo scrittore che, nell’inseguire il sogno dell’immortalità, continua a scagliare parole contro l’oblio; è proprio l’arte, insieme alla religione e finché scienza non ci contraddica, la via prediletta contro la morte. Ma c’è un altro modo, forse altrettanto fittizio ma senz’altro altrettanto intenso, di rincorrere l’eternità: l’amore. E’ a questa via che Philippe Forest, professore alla Sorbona che di letteratura e di arte contro l’oblio se ne intende, affida la memoria per la scomparsa della figlia Paulette, uccisa all’età di quattro anni da un tumore incurabile. E di questo parla il suo “Tutti i bambini tranne uno” – trasposizione dell’originale “L’enfant éternel” – (Alet Edizioni, 347 pp., 17 euro): dell’amore infinto di un padre per la propria figlia. E il romanzo – se romanzo si può definire – sembra non volere essere altro che il ricordo puro di una insopportabile tragedia personale, il racconto senza pretese dell’anno in cui morì una bimba sbranata da un tumore alle ossa, un anno che fu, a dire di suo padre, il più bello della sua vita. Un romanzo inutile come catarsi, inutile come spiegazione, inutile come anatema; inutile come l’arte, la letteratura, come la vita; inutile come tutto ciò che può fare un padre impotente di fronte all’ingiustizia della fine di una figlia innocente. “Ascolta: se tutti devono soffrire per acquistare con la sofferenza l’eterna armonia, che c’entrano qui i bambini? Dimmelo, ti prego! (…) Non è che non accetti Dio, Aljòsa, ma Gli restituisco nel modo più rispettoso il mio biglietto”, scrive Dostoevskij nel celebre passaggio de “I fratelli Karamazov”. La morte di un bambino “è uno scandalo che fa tacere ogni metafisica”, commenta Forest. E se per fare buona letteratura bisogna eliminare il pathos, rendere il dolore silente; se per fare una letteratura interessante bisogna parlare della morte come in una lezione di anatomia, che importa. Qui non ci sono strategie, si scrive solo per scrivere, e “avanti tutta verso le scogliere”. Il risultato è un libro, come scrive Domenico Scarpa nel risvolto di copertina, “che l’autore avrebbe preferito non dover scrivere e che il lettore preferirebbe non leggere”; un libro crudo, insostenibilmente doloroso, lancinante. Superfluo e vano parlare dello stile e della forma di un libro così, quasi ridicolo ostinarsi a volerne analizzare il valore letterario – sarebbe come esaminare e giudicare un’anima di fronte a cui ci si sente solo di tacere e di portare rispetto.
